L’uccello padulo di Giovanni Lucchese

Giovanni Lucchese

L’uccello padulo di Giovanni Lucchese ha attirato la mia attenzione mentre mi aggiravo in libreria alla ricerca di un qualcosa che mi tirasse su il morale. Era la classica giornata no e avevo bisogno di sorridere, di essere scossa da una realtà completamente diversa da quella che sto vivendo. Vi dico la verità, a primo impatto, è stata la copertina a colpirmi. Un uomo in mutande e giacca, seduto su un trono con un uccello appoggiato sulla mano. Ho guardato mia madre, ormai mia compagna inseparabile di avventure libresche, e ho esclamato: “Mi ha scelto!”. Sono tornata a casa e l’ho divorato.

Il nostro protagonista si chiama Gianandrea, per gli amici Billo. E’ il classico soggetto che, nella mia vita, eviterei come la peste: ricco da far schifo, viziato, prepotente e dedito ai vizi. Dopo una serata brava, trascorsa con amici altrettanto odiosi e facoltosi, Billo incontra Mamma Sophie, una trans eccentrica ma con un’anima unica. Cosa hanno in comune “un uomo vestito da donna e ferito nell’orgoglio e un tossico seminudo che è appena stato tradito dai suoi migliori amici”? All’apparenza nulla, ma ad unirli c’è un qualcosa di profondo.

La droga è una puttana abile e generosa che alla fine ti presenta sempre un conto bello salato. Ti fa divertire, ti illude che nulla di male potrà accaderti finché resterai al suo fianco, ti lascia pensare di essere in grado di gestire la sua euforia e di poterla ripescare dentro di te quando ne avrai bisogno. Col cazzo. Quando gli effetti svaniscono ti molla sempre con il culo per terra a fare i conti con la tua voglia di morire”.

Billo ha una famiglia all’apparenza perfetta ma marcia dentro. Un padre troppo impegnato a pensare al dio denaro, una madre preoccupata solo di apparire perfetta agli occhi della società e due fratelli lontani anni luce da lui. Gianandrea crede di avere degli amici, ma in uno dei tanti momenti di difficoltà si rende conto che erano solo ‘compagni di merende’.

Quelli come te, quando incontrano una come me, devono subito andare a cercare cosa c’è sotto, qual è il segreto, cosa va rivelato. Come se fossimo degli indovinelli viventi, una serie di strati da togliere uno alla volta per scoprire che è la persona che si nasconde sotto la maschera. Ma la verità è che non portiamo nessuna maschera. Siamo proprio noi, come ci vedi”.

A parlare è Mamma Sophie: quanto l’ho amata e come vorrei un’amica come lei. Eccentrica ma semplice, dolce ma autoritaria, leggera ma sempre presente. E’ Mamma Sophie, insieme a tutti i suoi amici unici, a far capire a Billo cosa significa avere una famiglia. Gloria, Noemi, Ines, Alfio e il “Colibrì” sono personaggi che vi entreranno nel cuore. E Anima, cosa dire di lei? Non vi anticipo nulla.

Poi accade qualcosa, conosci qualcuno, entri in un giro nuovo, e all’improvviso capisci che la vita, come la conoscevi tu, non era altro che una farsa, una prova generale di quello che ti aspettava subito fuori dalla tua zona confort”.

L’uccello padulo ha un “cuore ribelle” e “un’anima inquieta“. L’uccello padulo è Billo, ma potrei essere anche io, tu… con le nostre paure, le nostre contraddizioni e i nostri pregiudizi. Giovanni Lucchese ha saputo parlare di argomenti delicati con una leggerezza unica. Un romanzo irriverente, crudo, divertente e commovente. Di certo, un libro che porterò sempre con me, che rileggerò nei momenti in cui avrò bisogno di evadere oppure quando il pregiudizio prenderà il sopravvento.

PS: L’uccello padulo è dedicato a La Karl du Pigné e a tutte le favolose creature che, come lei, hanno vissuto combattendo per i diritti degli altri.

A cura di Fabrizia Volponi

Fino a quando la mia stella brillerà di Liliana Segre con Daniela Palumbo

Fino a quando la mia stella brillerà di Liliana Segre con Daniela Palumbo è un libro che dovrebbero inserire nelle scuole di ogni ordine e grado. Liliana non ha bisogno di presentazioni, ma per quanti si fossero persi la sua testimonianza consiglio di dare una sbirciata su YouTube. Però, vi chiedo un favore: leggete prima il libro. Poi, solo in seguito, ascoltate le sue parole. Avranno un suono diverso, più profondo, vi sembrerà quasi di vedere davanti ai vostri occhi la Liliana 13enne che, con estremo coraggio, affronta la sua ‘battaglia’ ad Auschwitz.

Liliana è nata il 10 settembre del 1930 a Milano. Viveva con il papà Alberto, con i nonni Olga e Pippo e con la balia Caterina. Sua mamma Lucia è morta quando era piccolissima e di lei non ha ricordi. Nonostante questo terribile lutto, Liliana è cresciuta serenamente ed era un vero e proprio vulcano di energie. Molto coccolata anche dai nonni materni, Bianca ed Alfredo, ci parla di un’infanzia bellissima, ricca di sorrisi. Ci narra di una Milano diversa, che nessuno di noi, se non grazie ai racconti dei pochi anziani ancora in vita, può ricordare.

La vita della famiglia Segre inizia a cambiare nel 1938:

Nel 1938 in Italia furono introdotte delle leggi che in un colpo solo cancellarono i nostri diritti. Eravamo diventati improvvisamente cittadini di serie C. (…) Quel giorno segnò un prima e un dopo nella mia infanzia. Il prima di Liliana bambina, allegra e serena, e il dopo, di Liliana bambina ebrea, espulsa, poi esclusa, poi internata“.

Immaginate di avere 8 anni e di svegliarvi, un giorno come tanti, in una realtà diversa. La vita che avevate prima non esiste più, i sorrisi sui volti dei vostri familiari sono spariti e tutti quelli che credevate amici vi hanno voltato le spalle. Come se tutto ciò non bastasse, immaginate di dover iniziare a fuggire.

Guardando le loro reazioni imparavo a capire quando erano notizie che portavano speranza o quando noi ebrei dovevamo avere paura”.

Anche se in un clima di terrore, Liliana cresce e spegne 13 candeline. E’ a quest’età che entra per la prima volta in carcere, per poi essere deportata nel campo di concentramento di Auschwitz.

Attraversammo il carcere in silenzio per arrivare al cortile dove ci aspettavano i camion. A un tratto un coro di voci ci investì: erano i detenuti comuni, quelli che, a differenza di noi ebrei, erano in carcere perché avevano commesso dei reati. Si sporgevano dai ballatoi degli altri raggi della prigione gridandoci parole di incoraggiamento e solidarietà, qualcuno lasciava cadere una mela, un’arancia. Furono gli unici che sentimmo vicino a noi, come fratelli, furono magnifici”.

Soltanto i carcerati fecero sentire la propria voce. Gli altri, invece, preferirono ignorare. L’indifferenza che descrive Liliana è la stessa che viviamo oggi, quando assistiamo con le mani in mano ad episodi che meriterebbero una mobilitazione nazionale.

Era una realtà talmente spaventosa che quando mi resi conto che il campo era pieno di mucchi di cadaveri, di scheletri che camminavano come fantasmi, di persone in punizione per un nonnulla, di violenza gratuita che poteva scatenarsi per uno sguardo sbagliato o una parola sussurrata a un altro prigioniero… dentro di me, senza che ne fossi conscia, scattò qualcosa. Il desiderio di sopravvivenza, fortissimo”.

Liliana è una sopravvissuta, ma porta e porterà per sempre impressi i segni delle violenze che ha subito. No, non parlo del tatuaggio identificativo, ma delle ferite dell’anima, quelle impossibili da guarire. Suo papà Alberto è morto nei campi di concentramento, così come i nonni Olga e Pippo… Così come milioni di persone.

Se uno di voi si ricorderà di me quando non ci sarò più sarò già felice”.

Grazie Liliana per aver seminato memoria. La speranza, tua e di tutti noi, è che la “candela” non si spenga mai.

A cura di Fabrizia Volponi

Ogni volta che sono solo con te di Amabile Giusti

Ogni volta che sono solo con te è il secondo romanzo che leggo di Amabile Giusti e devo dire che anche questa volta sono arrivata all’ultima pagina con il sorriso sulle labbra. Una scrittura ironica, travolgente e mai banale. Nonostante abbia toccato temi forti, come il bullismo, la morte e i tradimenti, l’autrice è riuscita a non appesantire la storia.

I nostri protagonisti sono Harrison Duke e Leonora Tucker. Il primo è uno scrittore in declino che, deluso dalla vita che conduceva a New York, ha abbandonato la città per rifugiarsi in un posto sperduto tra le montagne. Porta con sé un grande segreto e l’unico modo per non pensare è isolarsi dal mondo e non aver nessun contatto esterno, specialmente con soggetti di sesso femminile. L’altra è una giornalista diversa dal solito, che non venderebbe l’anima pur di dare uno ‘scoop’, e che sogna di intervistare il suo scrittore preferito. La nostra Leo è cresciuta con due genitori che hanno fatto di tutto per farla sentire sbagliata e, in parte, sono riusciti nel loro intento.

Dall’infanzia all’adolescenza me ne sono vergognata moltissimo. Col senno di poi e la maturità conquistata in anni di terapia, so di non essere mai stata obesa, come invece si ostinavano a definirmi i miei genitori. Da ragazzina ero più formosa di quanto una tredicenne timida avrebbe mai potuto tollerare, di sicuro oltre il limite considerato accettabile per somigliare ad una Barbie. Ma non ero l’inguardabile pachiderma al quale mi paragonavano”.

A parlare è Leonora, una ragazza normalissima, che per molti anni si è sentita apostrofare con un nomignolo orrendo: “rospo“. Ciò che descrive la nostra protagonista, è comune a molte donne che un tempo sono state ragazzine. La sottoscritta, se ripensa oggi alle parole che ha mandato giù da adolescente, si chiede ancora come abbia fatto a reagire con tanto aplomb. Non so voi, ma di epiteti come brutta, ciccia bomba e via dicendo ne ho sentiti a bizzeffe. Un po’ come Leo, con la maturità di oggi e grazie ad anni di psicoterapia, mi guardo allo specchio con occhi diversi e non penso più di essere quella che gli altri mi descrivono. Non sarò mai una Barbie e me ne vanto: questo è il mio motto.

Si può uccidere qualcuno in molti modi, e le parole possono essere armi non meno affilate dei coltelli”.

Leonora, dopo mille peripezie che non sto qui a raccontarvi, riesce ad incontrare Harrison, ma lui le riserva lo stesso trattamento dei genitori e dei bulli. La soluzione migliore, davanti ad un’accoglienza simile, sarebbe stata quella di darsela a gambe ma non può. Leo e Duke si ritrovano a dover trascorrere un bel po’ di tempo insieme e, inevitabilmente, l’aria si fa davvero pesante.

Il bene non fa abbastanza rumore, è come pioggia leggera che nutre la terra; il male invece è una grandinata che brucia i germogli e che non potrai mai dimenticare proprio a causa di quella devastazione”.

Harrison non riserva belle parole alla nostra Leonora e, alla fine della fiera, riesce nel suo intento: la giornalista torna a New York senza la sua intervista dei sogni. Non solo, Leo vede demolirsi la figura di quello scrittore a cui per anni e anni aveva affidato la sua sopravvivenza.

Nell’epilogo, ho amato ancora di più Amabile Giusti che, oltre a citare una bellissima poesia di Emily Dickinson, afferma: “Non scrivo solo per me stessa, scrivo per giacere per un po’ – mi basta un attimo – nell’anima degli altri”. Beh, che dire? Nella mia anima ci sei entrata e non solo per un po’.

A cura di Fabrizia Volponi

Cuore di riccio di Massimo Vacchetta

Cuore di riccio di Massimo Vacchetta è un piccolo gioiellino che dovrebbero leggere tutti, sia quanti amano gli animali che quanti li detestano. Siamo nel 2020, eppure ci sono ancora moltissime persone che non rispettano i ‘pelosi’. Qualche anno fa sono fuggita dalla città per trasferirmi a vivere in campagna. Qui speravo di trovare e regalare ai miei cani tutta la libertà del mondo, eppure non è stato così. Gli ‘anti-animali’ li trovi ovunque e in alcuni luoghi si pensa ancora che cani & Co siano “bestie che devono vivere fuori casa”.

Massimo Vacchetta, in questa sua seconda opera letteraria, ci racconta del suo grande amore per i ricci e di come questi piccoli animaletti gli abbiano cambiato la vita. Veterinario di bovini per oltre 20 anni, nel 2014 ha aperto il Centro di Recupero Ricci “La Ninna”.

Percepivo nitidamente la sua solitudine. Era la sua, la mia, quella di chi, piccolo o grande, si trova a rimbalzare contro l’indifferenza del mondo”.

Lisa, Musetta, Ditina: tutti i ricci hanno un nome e ognuno di loro, così come gli esseri umani, porta con sé la sua storia. Massimo, grazie ai riccetti, riesce a guardarsi dentro, a capire le sue mancanze e a far ‘pace’ con alcune ferite del passato. Vita umana e vita animale si intrecciano, rendendo ogni singola pagina di Cuore di riccio un inno all’amore.

Finché Lisa avesse manifestato interesse per la vita e soprattutto non avesse dato segni di palese sofferenza, mi sarei occupato di lei, al di là della fatica, delle poche ore di sonno e delle cene mancate con gli amici”.

Queste parole mi hanno fatto riflettere tantissimo. Dallo scorso 7 maggio, uno dei miei cani ha iniziato a stare male. Il veterinario, appena lo ha visitato, mi ha detto: “Paralisi del sistema nervoso centrale, potrebbe durare da un mese a sei mesi. Aspettiamo”. In un primo momento mi è crollato il mondo addosso. Ho pianto, tanto. Mi sono fatta mille domande e ancora oggi me ne pongo tante. Asso – questo il nome del mio Highlander – è ancora con me e dopo un mese esatto dalla diagnosi è tornato a camminare sulle sue zampe. Certo, i suoi movimenti sono limitati – camera, sala, balcone e viceversa – ma è vivo, non soffre e mantiene ancora il suo caratteraccio. Sapete quante persone mi hanno detto “Prendi una decisione perché questa non è vita”?. Non le conto più, ormai.

In quali condizioni vale la pena vivere? E quale vita non merita di essere vissuta? Un animale non può dircelo, tocca a noi scegliere. In quel caso, a me”.

Conosco bene il mio cane e Massimo mi ha spinto a mettermi nei suoi panni, come fa lui con i suoi ricci. Non soffre, è vispo e ha ancora un grande appetito. Sì, raccolgo pipì e cacca da più di 3 mesi, la mia casa non ha un buon odore e non dormo bene da tempo, ma ne vale la pena. Sposo appieno il credo di Vacchetta: “Per me, disabilità non significava assenza di vita, anzi. Il diritto alla vita non conosce disabilità”.

Cuore di riccio va assolutamente letto e le regole “Sos Riccio” vanno assolutamente memorizzate: tutti possiamo fare qualcosa per aiutare questi simpatici animaletti a rischio di estinzione.

PS: Potete seguire la pagina Facebook Centro Recupero Ricci “La Ninna” per scoprire tutte le avventure del Dottor Massimo e di tutti i volontari.

A cura di Fabrizia Volponi

Il tuo anno perfetto inizia da qui di Charlotte Lucas

Il tuo anno perfetto inizia da qui di Charlotte Lucas ha attirato per molto tempo la mia attenzione, ma ho sempre rimandato l’acquisto. Quando l’ho trovato disponibile su Amazon Kindle ho deciso di leggerlo. Vi anticipo subito che, al termine della lettura, ho esclamato: “Se avessi speso dei soldi per acquistarlo mi sarei arrabbiata come una iena!”.

Avevo molte aspettative, ma sono rimasta molto delusa. O meglio, l’ho terminato con l’amaro in bocca. Quando ho aperto il blog avevo deciso di recensire solo libri che mi fossero piaciuti, poi una scrittrice, Eleonora C. Caruso, mi ha dato una grande lezione: il fatto che qualcosa ti turbi è meglio della semplice indifferenza. Ed eccomi qui a dire il mio pensiero su Il tuo anno perfetto inizia da qui.

Il protagonista è Jonathan, ricco rampollo che ha ereditato da suo padre, ormai affetto da demenza senile, una famosa casa editrice di Amburgo. Le sue giornate scorrono tutte uguali, soprattutto dopo la fine del suo matrimonio. E’ un uomo ligio alle regole, che si concede una corsa ogni mattina solo perché ha letto che fa bene mantenersi in forma e, per lo stesso motivo, non mangia carboidrati dopo le 18. Un tipo che quando legge il quotidiano, piuttosto che concentrarsi sulla notizia, è alla ricerca degli errori. Insomma, il classico soggetto noioso, perfettino e con la puzza sotto al naso.

La sua vita cambia quando, per caso, trova una borsa con un’agenda appoggiata al manubrio della sua bici. Il taccuino è già riempito e invita il ‘proprietario’, che ovviamente non è Jonathan, a fare ogni giorno una cosa già stabilita per l’anno che viene. Il nostro protagonista si fa mille domande: chi l’ha lasciata lì? Cosa devo fare? La porto al centro oggetti smarriti? E via dicendo…

Nel frattempo, subentra Hannah, giovane piena di vita che spera di trascorrere tutta la sua esistenza con il fidanzato Simon. Bene, su di lei preferisco non esprimermi perché non riuscirei a fare a meno di svelarvi tutta la storia.

Il tuo anno perfetto inizia da qui è, a mio parere, un concentrato di luoghi comuni. Vivi il presente, fai ogni giorno qualcosa di diverso, la vita è solo una, le paure vanno affrontate, la morte è una cosa naturale, il cambiamento fa paura e via dicendo. Insomma, il mio consiglio è uno: non spendete tanti soldi, al massimo compratelo al mercatino dell’usato o, come ho fatto io, leggetelo in e-book. Se, invece, lo avete già letto e lo trovate meraviglioso, vi prego: illuminatemi!!!

A cura di Fabrizia Volponi

Mal che vada ci innamoriamo di Mary G. Baccaglini

Solitamente non leggo mai e-book, anche perché mi sono sempre rifiutata di acquistare un Kindle, ma questa volta ‘mi sono piegata’. Sono in fase trasloco e avendo terminato, del tutto inaspettatamente, i libri che avevo tenuto fuori dagli scatoloni sono finita in una sorta di disperazione. Come impiegare il tempo che mi rimane tra lavoro e ricerca estenuante della casa? Come distrarmi da tanti pensieri che talvolta mi sfiniscono come se facessi un turno in miniera? Ho preso il mio cellulare e ho scoperto Amazon Kindle. L’ho scaricato con molto scetticismo, ma quando ho visto Mal che vada ci innamoriamo di Mary G. Baccaglini non ho saputo resistere.

Un romanzo fresco, divertente e, soprattutto, vero, che sono riuscita a divorare in tre giorni nonostante il mio odio per l’e-book. La nostra protagonista si chiama Allegra Casanova e nel suo nome e cognome è racchiusa tutta la sua essenza. Lavora per una nota rivista milanese, dove cura una rubrica sull’amore. Ha trent’anni, è single e divide un monolocale con due amiche un po’ strambe, Olimpia e Ludovica. A questo fantastico trio si aggiunge Bella che, a differenza loro, ha una vita più lineare.

Allegra è convinta di sapere tutto sull’amore e dispensa consigli come se non ci fosse un domani, donando alle sue lettrici 3 finali possibili. Come accade anche a tutti noi, Lady Casanova è bravissima a indirizzare gli altri sulla strada giusta, ma è una frana quando si tratta di se stessa. La sua vita subisce uno scossone quando viene licenziata.

L’unico modo per dare una chance alla sua carriera è collezionare appuntamenti per mettere in guardia le sue lettrici sui tanti uomini che, con l’inganno, fanno credere di essere dei veri principi azzurri. Inevitabilmente, la nostra protagonista si ritrova a fare i conti anche con la sua vita.

Io sono un puzzle da mille pezzi, ma ne manca la metà. Nessuno mi finirà mai. Sono incompleta, sola. Distrutta, lasciata sul pavimento da un bambino che vuole – giustamente – puzzle completi. Forse se avessi avuto più pazienza, se fossi stata meno me stessa, adesso forse avrei dei bambini, magari due, magari con i capelli lisci come Vitto, magari magri come lui. Magari lui li ha”.

Quante sono arrivate a trent’anni con una lunga relazione finita alle spalle si ritroveranno di certo nelle parole della nostra Allegra. Spesso si fanno bilanci, si pensa al passato e agli infiniti “se“, soprattutto quando “Lui” è andato avanti. Come sarebbe stata la nostra vita se avessimo resistito? Forse ci saremmo omologate alla massa, magari saremmo anche mamme, ma probabilmente saremmo comunque infelici: il destino sa sempre giocare bene le sue carte, questo almeno è quello che credo.

Allegra, appuntamento dopo appuntamento, colleziona veri e propri casi umani. Alcuni di loro vi faranno drizzare i capelli, mentre altri vi faranno fare un revival pazzesco. Quante possono dire di non aver incontrato soggetti strani nel corso della loro esistenza? Personalmente, ho avuto a che fare con uomini – se così vogliamo chiamarli – che avrei dovuto ignorare fin dal primo sguardo.

Perché io pensavo di essere una coraggiosa, una Braveheart che si scaglia sui nemici con la spada sguainata, per rendermi conto, a un’età in cui non bisognerebbe più stupirsi di sé, che le battaglie le guardo da lontano, con un bicchiere di vino nella mano destra, e una sigaretta nella mano sinistra. Non rischio, adesso, è vero. Ma in mia difesa posso dire che a volte ho rischiato tanto e ho perso tutto, dignità, pezzi di pelle e quel che è peggio pezzi di cuore”.

Succede proprio così: ad un certo punto, soprattutto dopo i 30, sei stanca di rischiare e ti limiti ad assistere. Guardi le tue amiche, magari sentimentalmente soddisfatte, e ti dichiari single convinta che più convinta non si può. Poi, nel silenzio del tuo monolocale, dove al massimo ci sono i tuoi cani o gatti che ormai tratti come persone, ti ritrovi a fare i conti con te stessa e con le tue ferite.

Dopo tanti appuntamenti, la nostra Lady Casanova incontra Alex, l’ennesimo tipo dal quale stare alla larga. Le sue convinzioni crollano e le sue ferite tornano a bruciare, ma finalmente viene alla luce la sua parte più vera.

Mal che vada ci innamoriamo è un romanzo da leggere tutto d’un fiato, ma da riprendere tra le mani quando ci sentiamo le uniche sfigate al mondo in fatto di uomini. E’ un libro che ci induce a riflessioni non sempre piacevoli, ma che talvolta vale la pena rispolverare.

Impara a fare le cose per te stessa. Amati e, se un uomo ti amerà, bene, altrimenti che si fotta”.

A cura di Fabrizia Volponi

La risposta è nelle stelle di Nicholas Sparks

Romantico, avvincente e per veri sognatori: questo è quello che ho pensato leggendo La risposta è nelle stelle di Nicholas Sparks. Non avevo mai letto nulla di lui, ma la mia amica Sere, la stessa alla quale devo dire grazie per avermi fatto conoscere la Riley, mi ha illuminato. Sono in fase trasloco e tra i libri che dovevo scegliere di tenere fuori dagli scatoloni, Sparks ha attirato la mia attenzione. Forse è stata la copertina, che mi ricorda che siamo in estate anche se non sembra, oppure il titolo speranzoso, fatto sta che mi sono immersa nella lettura.

Divorato in soli due giorni, La risposta è nelle stelle mi ha letteralmente conquistato, tanto che dopo averlo finito ho scoperto il film e non ho potuto fare a meno di guardarlo. Un consiglio è d’obbligo: non guardate il film senza prima leggere il libro, non lo assaporereste allo stesso modo.

Due storie d’amore, quella tra Ira e Ruth e tra Sophia e Luke, diverse ma molto simili. A fare da collante, in entrambe le relazioni, è il sentimento puro, quello che unisce anche se si è opposti.

Ira e Ruth si sono incontrati giovanissimi, in un momento storico estremamente difficile, segnato dalla guerra. Sophia e Luke, invece, appartengono al mondo di oggi, ma vivono due realtà diverse. Tutti sono accomunati dallo stesso filo rosso: il destino.

Ne La risposta è nelle stelle si parla di amore, di arte, amicizia, famiglia e destino. C’è un pizzico di storia, che non guasta mai, e anche un po’ di ironia. Ira vi resterà impresso e tutte, per lo meno le zitelle come me, desidereranno incontrare un tipo come lui. Ruth, invece, vi colpirà per il suo stile, il suo entusiasmo e per il modo incondizionato di amare. Luke è il bello e tenebroso, quello che parla poco ma nasconde un mondo da scoprire. Infine c’è Sophia, la dolce e fortunata Sophia.

La nostra realtà è modellata dalle nostre percezioni. Qualcosa appare bello o brutto perché siamo noi – voi e io – a credere che lo sia, sulla base delle nostre esperienze. (…) Le nostre opinioni, i nostri pensieri e le nostre emozioni… tutto ciò che sperimentiamo… non devono definirci per sempre”.

A cura di Fabrizia Volponi

Mio fratello rincorre i dinosauri di Giacomo Mazzariol

Mio fratello rincorre i dinosauri di Giacomo Mazzariol è un libro che dovrebbero far leggere nelle scuole, a ripetizione. Dal primo anno della primaria fino all’ultimo del liceo, gli insegnanti dovrebbero aprire le lezioni con qualche riga di questa fantastica storia di vita. Una scrittura semplice, che riesce a tenerti incollato dalla prima all’ultima parola.

Giacomo, per gli amici Jack, ha due sorelle e sogna di avere un fratello con cui dividere gioie e dolori dell’esistenza. Quel desiderio si trasforma in realtà quando i genitori annunciano che presto in famiglia arriverà un altro bel maschietto, Giovanni. Jack non sta più nella pelle e immagina tutto quello che potrà fare con lui: giochi, lotta, corse in bici e via dicendo. Da bravo fratello maggiore, il nostro protagonista avverte una grande responsabilità: insegnare al fratello tutto quello che sa. Le certezze di Giacomo iniziano a vacillare quando scopre che suo fratello è affetto dalla sindrome di Down.

Nella vita ci sono cose che si possono governare, altre che bisogna prendere come vengono. E’ talmente più grande di noi, la vita. E’ complessa e misteriosa… L’unica cosa che si può sempre scegliere è amare, amare senza condizioni”.

Jack fatica a comprendere il mondo di Gio e per tanti anni prova vergogna nel parlare agli amici del fratello “con un cromosoma in più”. L’unica soluzione che gli viene in mente è nascondere al mondo la sua esistenza.

Mi sembrava che la parola Down fosse sulle labbra di tutti, in ogni momento, e che chiunque, chiunque, la usasse a casaccio, senza badarci, come intercalare o fare dell’ironia”.

Tutti abbiamo vissuto quella fase dell’adolescenza in cui parole come “down” o “mongoloide” erano all’ordine del giorno, inutile nasconderlo o fare falsi moralismi. Quando, però, si leggono le parole di Giacomo o quelle di Davide (altro protagonista indimenticabile di Mio fratello rincorre i dinosauri) ci si sente davvero stupidi.

Grazie a loro cominciai a piacermi. Cominciai a ringraziare Dio di non avermi fatto così, come quelli che mi offendevano. A loro è andata peggio: sono nati senza cuore. Arrivai perfino a ringraziarlo quel cromosoma in più”.

A parlare è Davide, il re delle frittelle, che dona a Jack la spinta giusta per iniziare a cambiare la sua visione ‘delle cose’. Finalmente, il nostro protagonista riceve lo ‘scossone’ di cui aveva bisogno: “Gio era tutto, ma più di ogni altra cosa era libertà.

I fratelli Mazzariol girano poi un video intitolato The Simple Interview e lo postano su YouTube. Da qui nasce Mio fratello rincorre i dinosauri che, nel 2019, è diventato anche un film. Sulla pellicola non posso esprimermi perché ancora non l’ho vista, ma il libro e il filmato meritano grande attenzione.

A cura di Fabrizia Volponi

C’è chi dice di volerti bene di Sara Gazzini

C’è chi dice di volerti bene di Sara Gazzini era nella mia wish list da tempo e appena l’ho avuto tra le mani l’ho letteralmente divorato. Non conoscevo né l’autrice e né tantomeno la sua pagina Facebook, ovvero La Gazza, ma questo libro ha sempre attirato la mia curiosità.

Le nostre protagoniste sono 8 donne che una sera di ottobre decidono di prendere parte ad un incontro di “Innamorate Anonime“. Questo è guidato da una psicoterapeuta che, dopo aver studiato in lungo e in largo i sentimenti, ha deciso di aiutare quante si sono imbattute in relazioni malate. La nostra dottoressa ha una missione: “salvare il gentil sesso dalla dipendenza comune”, ovvero l’uomo.

Bianca, Sveva, Caterina, Giulia, Valeria, Sofia, Virginia e Laura hanno incontrato solo uomini sbagliati. Ognuna racconta la sua storia e in ogni parola vi ritroverete a pensare: “Oh, uno stronzo così l’ho incontrato anche io” oppure “Questo è proprio come il tizio che sta facendo perdere la testa alla mia amica”. Tutte abbiamo una lista di uomini sbagliati: il narcisista, il manipolatore, il cocco di mamma, quello in crisi coniugale perenne, il “raschiatore di barile” e via dicendo. Quello che stupisce sempre, ripeto sempre, è che in certi soggetti cambia solo il nome, per il resto il copione è lo stesso.

“Il vero problema però non è buttarsi via, bensì non rendersene conto”.

Eh già: se solo ce ne rendessimo conto subito, di certo non butteremmo via tempo ed energie nei confronti di quanti non ci meritano. Purtroppo, però, noi donne abbiamo quello spirito da crocerossina che ci spinge a perseverare e a credere che prima o poi il nostro principe azzurro cambierà. E’ con questa speranza che ci consumiamo dietro ad un uomo che non si avvicina neanche minimamente alla parola di genere che lo contraddistingue.

Le nostre “Innamorate Anonime” sono convinte che la loro storia d’amore sia unica, ma confrontandosi si rendono conto che non c’è niente di speciale nell’uomo che sognano di avere al loro fianco. Cosa dire poi dell’addio che molti maschietti non sono in grado di regalare?

“Ci sono parole che danno ai ricordi la dolcezza che meritano. Ci sono parole che devono essere pronunciate, come fine, perché se sei in grado di dirla ha comunque il suono dell’amore, anche se l’amore non c’è più”.

Un addio va sempre detto, ma tanti uomini non sono in grado di farlo. Si congedano dalla nostra vita, se siamo fortunate, con un messaggio spesso ricco di bugie. Le relazioni finiscono ed è anche normale che sia così, ma l’ultimo gesto d’amore è sempre la chiarezza.

C’è chi dice di volerti bene è un libro che chiede di essere letto e assaporato. Il suo finale, poi, ci fa capire che nessuno è immune dall’amore e che anche chi ha una corazza che sembra indistruttibile può essere vittima dello stronzo di turno. Non è una sconfitta cadere nella ‘trappola’ di un uomo, l’importante è non perdere mai di vista la persona più importante: noi stesse.

“Per arrivare in alto bisogna toccare le lacrime”.

A cura di Fabrizia Volponi

Non perdiamoci di vista di Federica Bosco

Cattura

Amo follemente Federica Bosco ed è l’autrice che riesce sempre a tirarmi su di morale. Con Non perdiamoci di vista, però, non è riuscita a farmi sorridere come sempre. Forse perché mi ha costretta a fare un bilancio della mia vita. Ricordate tutti i bei discorsi che facevamo quando avevamo 16 anni? E i progetti che facevamo a 20? Beh, se siete riuscite a realizzarne almeno la metà siete fortunate. Se, invece, vi ritrovate con un bel pugno di mosche in mano, fare i conti con la realtà non è così piacevole.

La nostra protagonista è Benedetta, per gli amici Betta. Ha 46 anni, è sposata, ha due figli e vive nella stessa città che l’ha vista nascere, ovvero Mantova. La sua vita, rispetto a quando era un’adolescente, è rimasta pressoché identica: gli amici sono sempre gli stessi e il fidanzato è diventato marito. Lavorativamente parlando, Betta è davvero soddisfatta. Per quanto riguarda il resto, invece, aspetta ancora quel “sabato sera speciale“.

sabato sera

Ricordate quando, da giovani, aspettavamo che arrivasse il sabato sera? Con le amiche si parlava per giorni e giorni del look da sfoggiare e del make-up perfetto. Le aspettative erano tantissime e la speranza era sempre la stessa: “Questo sabato sarà speciale“. Il lunedì seguente, puntualmente, ci si ritrovava a parlare del nulla. Eppure, la speranza non cessava mai di esistere e il sabato successivo – ci dicevamo –  sarebbe stato migliore.

Betta crede ancora in quel “sabato speciale“, ma quando spegni 46 candeline sopraggiungono paure che nell’adolescenza non sarebbero mai arrivate. La nostra protagonista riuscirà a trovare il coraggio per lasciarsi andare?

coraggio

 

Non perdiamoci di vista è un romanzo che definirei malinconico. Mette a confronto generazioni diverse e ti induce a riflessioni che non sempre sono piacevoli. Personalmente, arrivata all’ultima pagina ho affermato: “Quanto sono contenta di essere nata negli anni Ottanta!”. Non me ne vogliano i giovani di oggi, ma quanto era bello vivere di sogni e speranze? Quanto ci sentivamo fighe con il walkman nelle orecchie? Quanto ci piacevano i falò sulla spiaggia? Musica, chitarra, qualche bicchiere di troppo e tanti sorrisi. Nessuno pensava ad immortalare il momento, si parlava fino all’alba. Non c’era la smania della condivisione e si viveva intensamente ogni cosa. Ecco, per malinconico intendo proprio questo.

falò

A cura di Fabrizia Volponi