Abbiamo toccato le stelle di Riccardo Gazzaniga

abbiamo toccato le stelle

“Quando mi sono svegliato senza le gambe ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa”

Alex Zanardi

Non so voi, ma io ho tanto bisogno di eroi veri, di teneri e forti uomini e donne che vadano contro corrente per esprimere un ideale, una coscienza, una verità.

In un’epoca in cui i nostri eroi sono la presentatrice della TV con seno raddoppiato da numerosi interventi chirurgici, il calciatore che si presenta al fischio d’inizio con i capelli appena tagliati, il belloccio pluri carcerato che dichiara di aver avuto rapporti sessuali con decine di donne nell’ultimo mese, spicca questo romantico libro dal messaggio potente, che tutti i genitori dovrebbero far leggere ai loro figli adolescenti, per farli innamorare dei protagonisti delle storie in esso raccontate dalla fanciullesca e accorata penna di Riccardo Gazzaniga.

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Sì, leggendolo anch’io – che non sono più un adolescente – mi sono innamorato di Tommie Smith, John Carlos, Alex Zanardi, Katherine Switzer, Muhammad Ali, Kim Vilfort, Jesse Owens, Lutz Long, Surya Bonaly, Dorando Pietri, Vera Caslavska, Emile Griffith, Terry Fox, Martina Navratilova, Chris Evert, Gino Bartali, Mikael Lindnord, Shizo Kanakuri, Yusra Mardini, Dick Fosbury, Jermain Defoe, Bradley Lowery, Johann Rukely Trollman, Peter Norman: persone vere, coraggiose che hanno elevato lo sport a forma più pura di esempio positivo, lottando per un ideale, per un valore, per l’amore. Spesso a rischio della loro vita.

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Tante storie vere, capaci di commuovere il lettore per l’essenziale forza dei messaggi trasmessi dagli atleti e raccontate da Gazzaniga con un linguaggio semplice e dolce, tale da rappresentarci i protagonisti come eroi silenziosi, eroi della porta accanto, persone come noi.

Come Peter Norman: tutti avrete stampata nella mente l’immagine del podio olimpico 1968 a Città del Messico con i neri Tommie Smith e John Carlos a capo chino e pugno sollevato per protestare contro la discriminazione razziale perpetrata a quel tempo negli Stati Uniti. Nessuno, invece, ricorda l’uomo bianco posizionato sul secondo gradino di quel podio. Eppure, quel ragazzo ha pagato quella giornata ancora più degli oggi famosissimi Smith e Carlos.

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In un’epoca massificata come quella attuale, gli atti eroici raccontati da Gazzaniga nel libro Abbiamo toccato le stelle ci ricordano che ognuno di noi può migliorare il mondo. Ma a patto di riscoprirci uomini e donne unici, con una propria identità, una propria vocazione e una propria verità. Senza se e senza ma!

“Cerchiamo di fare la cosa giusta, anche quando non è la cosa più facile”

Riccardo Gazzaniga

A CURA DI DOMINGO LUPI

 

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Il guardiano della collina dei ciliegi di Franco Faggiani

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“Le radici di un albero restano là dove è nato, anche se ne viene tagliato il tronco, e sotto terra continuano a cercare avidamente di aggrapparsi a qualcosa, di vivere ancora. Non a caso dai vecchi ceppi a volte nascono nuovi germogli. Noi siamo uguali agli alberi”

Ai primi del Novecento il Giappone tenta sempre più di aggrapparsi al treno dell’Occidente che avanza, così l’imperatore Mutsuhito nel 1912 decide per la prima volta di inviare due atleti alle Olimpiadi di Stoccolma: uno di questi è il maratoneta Shizo Kanakuri che si presenta come uno dei favoriti alla vittoria finale.

Le maratone olimpioniche a quei tempi sono molto più dure di oggi, quasi eroiche, in quanto mancano calzature e abbigliamento adatti e sono vietati punti di ristoro lungo il percorso, nonostante si svolgano nel pieno della stagione estiva.

Quel giorno le condizioni di gara, a causa del gran caldo che stranamente si abbatte sulla Svezia, sono proibitive tanto che in gara muore il portoghese Francisco Lazaro.

Shizo al trentesimo chilometro è nel gruppetto dei primissimi, ma improvvisamente scompare. In Svezia diventerà un mito, una leggenda, e rimarrà tale fino al 1962 (50 anni dopo) quando si scopre che è vivo e vegeto, e si scopre che in quel 14 luglio 1912, stremato dalla fatica, non resiste e durante la gara si unisce ad una festicciola casalinga che incontra lungo la strada bevendo succo di frutta e addormentandosi sul divano. Svegliatosi molte ore dopo quando la gara è oramai terminata da un pezzo, per la vergogna riparte verso il Giappone senza annunciare nulla agli organizzatori. Di conseguenza, per le autorità svedesi risulterà scomparso per i successivi 50 anni.

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E fin qui la storia reale, i fatti.

Ma cosa è avvenuto a Shizo durante quei 50 anni? Io conosco la verità ma non ve la svelerò. Preferisco abbandonarmi e abbandonarvi al racconto di Franco Faggiani, ricco di poesia e di amore: il protagonista dopo diverse peripezie si stabilisce in una zona selvaggia e lontana del Giappone, in cui nell’anonimato sorveglierà amorevolmente una collina di bellissimi ciliegi, e dove impiegherà 50 lunghi e silenziosi anni per accettare che l’essere umano può espiare qualunque senso di colpa, e che ognuno di noi ha sempre una seconda possibilità.

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Un romanzo lento, dolce, delicato, raffinato, che fa entrare il lettore in una dimensione soprannaturale di pace, essenzialità e armonia tra il protagonista e la natura.

“Sono appagato, molto appagato. Salendo ho visto scorci bellissimi, ho sentito i muscoli rispondere agli ordini e il cuore battere con maggiore intensità. Ho ascoltato il rumore dei passi sul terreno, l’erba frusciare, e ho notato piccoli uccelli volare via all’improvviso. Oggi mi sono sentito diverso da ieri, signor Svein. Per il panorama poco importa; lei descrive così bene i luoghi che la mia fantasia riuscirà a immaginarli perfettamente”

A cura di Domingo Lupi

In punta di cuore di Serena Santorelli

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Non mi è mai successo di recensire un libro di ‘pensieri sparsi’, passatemi il termine, ma con In punta di cuore di Serena Santorelli ho avvertito l’esigenza di farlo. Non conoscevo l’autrice e devo dire come sempre grazie alla mia Lu che, anche se non ho mai capito come faccia, riesce sempre a trovare dei gioiellini unici. La mia Lu dice che questo piccolo libricino “lo consigliano soprattutto per animi delicati e sensibili” e vi giuro che non ha sbagliato di una virgola. Appena lo prenderete tra le mani, seppure sia di piccole dimensioni e con una copertina semplicissima, lo sentirete pesante, perché in poco più di 60 pagine ci troverete tutta la vostra vita. Fin dalla sua primissima “emozione”, perché è così che Serena chiama quelli che io ho definito in modo grossolano pensieri sparsi, ho avvertito una strana affinità con lei perché si rivolge al “bambino interiore” che è dentro ognuno di noi e che troppo spesso ignoriamo.

“I posti a sedere più importanti della mia vita li ho lasciati sempre alle stesse persone. È stata una scelta consapevole. Ecco perché adesso non mi meraviglia vedere quante sedie siano rimaste vuote”

Questa è un’emozione che, seppure si accetti con enorme consapevolezza, fa male. Fa male pensare di aver riservato un posto a persone che ritenevamo vitali e che poi le stesse si siano pian piano dileguate come se niente fosse. Questi ‘vuoti’ feriscono in amore, così come in amicizia e lasciano delle ferite che soltanto il tempo sarà in grado di curare.

Sedie vuote

 

“Le emozioni hanno bisogno di spazio. Se pretendi di tenerle ferme in un angolo, sappi che le emozioni impazziscono. E te lo dicono un giorno, all’improvviso. Ti esplodono dentro e tu nemmeno sai come. Senti soltanto un gran peso e quello strano odore di emozioni bruciate”

Mi sono rispecchiata appieno in questa ‘pensiero’ di Serena e posso confermare: quando le emozioni ti esplodono dentro pensi che stai impazzendo, che un dolore del genere non è umano e ti interroghi, ti porgi domande fino alla nausea. Poi, ti accorgi che tornerai a star bene solo quando le lascerai libere di ‘essere’.

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“E poi trovi la frase di un libro, di una poesia, di una canzone che sembra parlare esattamente di te. e allora non importa quanto distante sia la persona che l’ha scritta, perché in qualunque luogo viva, è come se un tratto di vita l’avesse fatto con te”

Ecco, questo è quello che ho provato leggendo In punta di cuore. Non conosco Serena, ma ho subito cercato qualche sua fotografia sui social perché avevo bisogno di dare un volto a quella che per 66 pagine ho considerato l’altra me.

“Che se mi tieni la mano, mi sento al sicuro. Che se mi guardi e sorridi, non so più avere paura e, se ti arrabbi, non è mai troppo vero. Che se qualcuno mi offende, ti irrigidisci di brutto. Poi mi chiami da parte e, se ho sbagliato, lo dici. Amica, ti chiamo così, ma è sempre poco. Amica”

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Ho scelto di concludere questa mia breve riflessione sulle “emozioni più belle di Serena Santorelli con un pensiero sull’amicizia. Ho sempre creduto tanto in questo legame, molto più dell’amore. Ad oggi, se faccio un bilancio dei posti che sono rimasti vuoti dovrei pentirmi, ma in fondo non credo sia giusto. Quello che ho fatto, come mi ha insegnato Serena, l’ho fatto consapevolmente ed è proprio con la stessa consapevolezza che continuo a sentirmi ricca. Per tanti che se ne vanno, ce ne sono altri che restano e altri ancora che arrivano portando un carico di emozioni nuove, diverse, ma sempre bellissime.

Ogni piccola cosa interrotta di Silvia Celani

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Ogni piccola cosa interrotta di Silvia Celani è arrivato tra le mie mani nel giorno del mio compleanno: come al solito la mia Lu ha fatto centro. Un libro che ho divorato e dal quale ho fatto una fatica immensa a staccarmi. Ho voluto attendere un paio di giorni prima di scrivere i miei pensieri, un po’ perché avevo bisogno di metabolizzare la storia e un po’ perché non riuscivo a separarmi da Vittoria. Ebbene, la nostra protagonista è proprio lei, Vittoria. Orfana di padre, vive con la madre in una grande casa ai Parioli, quartiere molto ricco della Capitale. La sua vita scorre alla meraviglia, o almeno questo è quello che crede lei. Con la madre non ha un vero rapporto e il papà non lo ricorda, però c’è Carlotta, la sua amica del cuore, con la quale condivide serate talvolta eccessive. Iscritta all’Università, spera di laurearsi in chimica perché “i numeri sono certi e non possono mentire”. La vita della nostra protagonista procede in modo del tutto lineare negli ambienti della cosiddetta ‘Roma bene’ fino a quando riceve uno ‘stop’: gli attacchi di panico. Decide di affidarsi nelle mani di una psicoterapeuta, sperando che con il suo aiuto riesca a tornare “normale”.

“Sono qui perché spero che la terapia possa aiutarmi. Ho paura che da un giorno all’altro smetterò di respirare. Ho paura di morire o… di essere sul punto di impazzire”

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Vittoria decide di rivolgersi ad una psicoterapeuta perché “stufa di combattere con ogni respiro”. Da questo momento in poi, anche se le prime sedute saranno più un dibattito ostile che altro, la nostra protagonista inizia un viaggio alla scoperta di se stessa, di quella che è stata e di quella che è diventata. A causa di questo suo ‘problema’, Vittoria non riesce più a vivere la quotidianità come sempre e si sente “sola” anche quando è in compagnia di quelli che credeva fossero suoi amici. Una sensazione difficile da spiegare, ma che chi ha vissuto, anche se solo una volta in vita sua, sa perfettamente cosa significa. Vi è mai capitato di sentirvi soli seppure circondati da tante persone? Non c’è cosa peggiore perché mentre gli altri parlano e si divertono, o fingono di farlo, dentro di te avverti una sorta di inquietudine che spinge a porti una sola domanda: possibile che io sia l’unica sbagliata?

“Fino a qualche mese fa, io neanche immaginavo che potesse esistere una cosa del genere. Ora, invece, non riesco a capire perché continua ad accadermi, ancora, e ancora! Dio! Sembra una condanna a vita”

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Questo, bene o male, è ciò che si prova quando si scoprono gli attacchi di panico. Ci si chiede se e come sarà possibile condurre una vita normale con un mostro del genere perennemente al proprio fianco. Grazie alla sua psicoterapeuta, Vittoria conosce l’arte giapponese del kint-sugi e, in un primo momento, la accetta solo perché concentrandosi in questa pratica scopre che il suo respiro torna a scorrere lento e la sua ansia pare piano piano assopirsi. Ed è così che, rovistando in casa, Vittoria trova un vecchio carillon rotto. Un oggetto apparentemente inutile, del quale lei non ha memoria, ma che la aiuterà a ricordare la sua infanzia.

“Per guarire devi smettere di avere così tanta paura. Smettere di averne del tuo passato e smettere di averne del tuo futuro. L’abbandono, il lutto, è come un tessuto che stinge e ci macchia la pelle. Ogni piccola cosa interrotta della nostra vita rimane come un sassolino nella scarpa che, a ogni passo, ci procura dolore. Possiamo decidere di smettere di camminare del tutto, oppure possiamo sfilarci la scarpa e liberarci del sassolino. Non gettandolo via, ma conservandolo nel palmo della mano, dove non ci farà più così male. Non appena smetterai di considerare questa tua pelle diversa, macchiata, come un difetto, scoprirai quando ti renda semplicemente speciale”

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Questa è la ‘voce’ della Dottoressa Rosario, la psicoterapeuta che in un primo momento non andava molto a genio alla nostra protagonista, ma che, con il passare delle sedute, diventa il suo faro. Vittoria, un po’ come tutti noi, deve riuscire ad essere più forte della paura, la deve guardare negli occhi senza averne timore. Deve riuscire a capire perché il ‘Dio Pan’ si è infilato nella sua vita. Deve arrivare a capire che tutti abbiamo delle ferite ma che sta a noi, e solo a noi, riuscire a curarle “riempiendole d’oro”.

Ogni piccola cosa interrotta è un gioiellino, un libro che, già dalla copertina, ti chiede solo di essere divorato, per poi essere ripreso in mano nelle classiche giornate ‘no’, per cercare quella spinta in più che ci fa dire ‘ce la posso fare’. Silvia Celani è al suo primo romanzo e la sua scrittura è scorrevole ma allo stesso tempo profonda. Un romanzo che consiglio a chiunque abbia voglia di immergersi in una storia di cambiamento e soprattutto a chi ha ferite da curare.

“Un giorno ti sveglierai e vedrai una bella giornata. Ci sarà il sole e tutto sarà nuovo, cambiato, limpido. Quello che prima ti sembrava impossibile diventerà semplice. Non ci credi? Io ne sono sicuro. E presto. Anche domani”

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Questo è l’augurio che faccio a me e a tutti voi, perché la nostra Vittoria e tutti gli altri protagonisti di Ogni piccola cosa interrotta ci insegnano che “le stelle sono in cielo anche di giorno”, quando non possiamo vederle.

 

Lena e la tempesta di Alessia Gazzola

 

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Lena e la tempesta di Alessia Gazzola è stato per me il cosiddetto ‘sblocco del lettore’. Sopraffatta dal lavoro, avevo bisogno di un libro che mi facesse tornare la voglia di immergermi in una storia senza avvertire la necessità di staccare gli occhi per ore. La mia dolce Lu, che ormai mi conosce a menadito, ha pensato bene di farmi arrivare a casa lui ed è stato amore a prima vista, fin dalla copertina. Una ragazza seduta in spiaggia, con lo sguardo fisso verso il mare che sembra essersi placato dopo una tempesta. La nostra protagonista si chiama Lena e sta attraversando un momento difficile della sua vita. In realtà, quello che lei crede sia un periodo, va avanti da ben 15 anni, da quando un ‘segreto’ è entrato a far parte della sua esistenza. Lena ha trent’anni, un lavoro da illustratrice che ama ma che non le dà le soddisfazioni giuste e una famiglia un tantino sgangherata. I suoi genitori vivono lontani e lei si trova costretta ad affittare la casa della sua infanzia per cercare di sbarcare il lunario. Il papà, fortunatamente, ha pensato bene di regalarle la villa di famiglia, la stessa dove hanno trascorso l’ultima estate tutti insieme. L’estate è quella di quindici anni fa, la stessa che ha cambiato per sempre lo scorrere della sua vita. Il romanzo è ambientato a Levura, un’isola di fantasia della Sicilia, che Lena ci descrive alla perfezione, quasi facendoci sentire i suoi profumi. Ritrovando i posti che hanno scandito i suoi primi 15 anni di vita, la nostra protagonista si trova a fare i conti con i fantasmi del passato.

“Il modo in cui mi percepivo diversa non è mai stato un incentivo a risollevarmi, bensì a perseguire sempre la stessa strada, anche sbagliata, perché tanto ero già guasta”

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Lena si sente sbagliata, inadeguata e gli insuccessi che sta vivendo sul piano professionale non la spingono a cercare di migliorare. È come se stesse vivendo una fase di stallo e Levura sembra l’unica via d’uscita. Qui rincontra tutte le persone con le quali ha condiviso la sua ultima estate, ma si scopre anche interessata all’altro sesso. Questo risponde al nome di Tommaso e con lui riesce a capire che la verità può avere molte sfumature.

“Ho voluto convincermi che ero un bluff, che avevo solo fortuna, che un giorno tutti si sarebbero accorti che in realtà non avevo idee e non avevo niente da dire. E convincendomene intimamente, ho smesso di averne davvero. Ho fatto tutto da me e mi sono arresa ancora prima che ci fossero le avvisaglie che qualcosa stava cambiando. Forse dovevo arrivare a sentirmi così, spoglia e nuda, per ricominciare da capo. Dovevo farmi travolgere in pieno dalla tempesta, accettare che radesse al suolo tutto, per riuscire a ripartire da zero”

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Quella che Lena credeva fosse la sua prigione, le fornisce in realtà la spinta giusta per rimettere insieme il puzzle della sua vita e riprenderne in mano le redini. La nostra protagonista ha affrontato una lunga e terribile tempesta e, nonostante non ci credesse, è riuscita a risalire a galla e ad avere una seconda possibilità. Alessia Gazzola, che ha ammesso di aver scritto questo libro in soli due mesi, ha affrontato un tema difficile, che non posso assolutamente svelarvi. Posso solo dirvi che, le ultime pagine del romanzo vi lasceranno a bocca aperta.

 

Bianco come Dio di Nicolò Govoni

 

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Bianco come Dio di Nicolò Govoni è un libro che mi ha toccato nel profondo e che mi ha spinto a numerose riflessioni, alcune positive e altre un po’ meno. L’autore, classe 1993, ci racconta, sotto forma di romanzo, la sua storia. Un ragazzo di vent’anni che, nel bel mezzo di una crisi esistenziale, decide di lasciare la sua città natale per l’India. Nicolò non parte per un viaggio di piacere, ma sceglie di fare il “volonturista” nell’orfanotrofio di Davayu Home. Grazie a questa esperienza, che sarebbe dovuta durare solo qualche mese, riesce a capire cosa vuole fare davvero nella sua vita e tocca con mano quanto le “vacanze da volonturista” possano far male alle persone che si incontrano. Anche se le intenzioni che spingono a compiere un viaggio del genere sono le più nobili di questo mondo, non si pensa mai all’altro: cosa ne sarà di loro dopo che la nostra opera di bene sarà arrivata al termine? Nella mia mente ho sempre guardato con un pizzico d’invidia a quelli che, anche se solo per qualche mese, lasciano le loro case comode per andare in Africa, o in qualsiasi altra parte del mondo, per stare con bambini o con gente che si trova in difficoltà e, stupidamente, non ho mai pensato al cosiddetto rovescio della medaglia.

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“Se vuoi restare, sei il benvenuto. Ma se già pensi che un giorno te ne andrai, per favore, per il loro bene, vattene ora”

Immaginate una ventina di bambini che vivono in un orfanotrofio perché abbandonati dalle loro famiglie, con un passato “carico di abusi e privazioni”. Ora, immaginate di instaurare con gli stessi un rapporto speciale, di amore e di fiducia. Adesso, immergetevi in questa realtà e pensate ai loro occhi quando, dopo qualche mese, si troveranno a dover dire addio o arrivederci all’ennesima persona che li abbandona. Non è questa un’altra forma di violenza? Non mi ero mai soffermata a riflettere su questo punto, vedendo il volontariato sempre e solo come un bene.

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“Vivere senza giudicare, questo mi avevano insegnato i miei ragazzi, il che non significa ignorare le mancanze altrui, ma riconoscerle, accettare e saper dire: ‘Va tutto bene, non nasconderti, non provare vergogna. Nella tua imperfezione vedo grande bellezza’. Venni, vidi, vissi”

Nicolò ci fa immergere nella realtà di Davayu Home, ci fa conoscere Joshua, il ‘capo’ di questo gruppo di bambini, i cui discorsi non sono mai scontati e privi di un profondo significato, e Sushila la ‘donna’ della casa. Poi ci sono loro, le anime pulsanti dell’orfanotrofio, quelli che cercano una seconda possibilità di vita: Dhakshina, Karthick, Antony, Pradap, Muthu e tutti gli altri. Per noi sono nomi, volti che difficilmente potremmo distinguere se dovessimo incontrare in mezzo ad una folla, ma per Govoni diventano la sua famiglia. Una famiglia che non chiede nulla, ma che dà tanto.

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“Questi ragazzi non avevano bisogno di una rapida dose di affetto, ma di una soluzione a lungo termine, con degli obiettivi”

L’autore di Bianco come Dio fa un’analisi del volontariato e di tutte le associazioni che gravitano attorno al ‘Terzo Mondo’ che fa davvero accapponare la pelle. Nicolò, per cercare di non essere una presenza ‘mordi e fuggi’ di Davayu Home studia, si fa le ossa e diventa un giornalista che lavora sul campo e non a distanza. Capisce che per poter parlare di una qualsiasi realtà devi viverla e immergerti in essa fino a quando credi che il respiro stia iniziando ad abbandonarti. Govoni, per dare un futuro ai “suoi ragazzi” ha scritto questo libro e tutti i ricavati sono destinati alla costruzione di una biblioteca all’interno dell’orfanotrofio indiano. Attualmente vive e lavora in un campo profughi sull’isola greca di Samos, dove ha aperto una scuola.

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Una lettura piacevole che, inevitabilmente, impone delle riflessioni. Tra le tante, però, ad essere del tutto onesta, una rimbomba nella mia mente da qualche giorno. La scrittura di Nicolò mi piace, ammiro la sua forza e la sua voglia di combattere, ma un dubbio si è fatto strada nella mia testolina. Govoni ha 26 anni e ha iniziato la sua opera di volontariato circa 6 anni fa. Come sappiamo tutti, il volontario non percepisce stipendio, ma nel suo libro dice che tutti potremmo fare qualcosa per cambiare la realtà. A questo punto, la mia riflessione sorge spontanea: forse il volontariato non è una scelta che tutti possono fare, perché anche solo per spostarsi da un paese all’altro ci vogliono dei soldini che non tutti abbiamo, a meno che si abbia una famiglia alle spalle disposta a finanziare le nostre idee.

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La mia vita dentro al D.A.P. di Elisabetta Guidotti

 

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La mia vita dentro al D.A.P. di Elisabetta Guidotti non è un libro che tutti potrebbero comprendere. Penserete che sto peccando di presunzione, invece, forse per la prima volta in vita mia, vi dico che non è così. Perché? Semplicemente perché non è semplice spiegare cosa sono gli attacchi di panico a chi non ne ha mai sofferto o ne ignora l’esistenza. L’autrice, Elisabetta Guidotti, sa perfettamente cosa sono e ci convive da anni. Il D.A.P., ovvero Disturbo da Attacchi di Panico, anche se enormemente diffuso, è pressoché sconosciuto. O meglio, inizi a conoscerlo solo quando hai un ‘attacco’ o qualcuno vicino a te inizia a soffrirne. La mia vita dentro al D.A.P. è una raccolta di pensieri e racconti che ha un solo file rouge dalla prima all’ultima pagina: l’amore. L’amore puro, quello che ci fa sentire bene e lo stesso che ci spinge a reagire nei momenti ‘no’. Che sia quello per un uomo, un figlio o per se stessi, poco importa, l’importante è avvertirlo e trarne linfa vitale.

“Un giorno ti alzi e vedi il mondo intorno a te girare. Nella testa solo una gran confusione; ti manca il respiro… paura, una grande paura… la tua vista sembra appannarsi… hai la sensazione di trovarti in un altro posto… il cuore che batte forte… Sensazioni orrende”

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L’attacco di panico arriva, così, da un giorno all’altro. Non è vero che non ti avvisa, lo fa, ma tu sordo e preso dai tuoi mille impegni non lo ascolti. Continui per la tua strada, fino a quando non te la sbarra terrorizzandoti. Da questo momento in poi la tua vita cambia e le domande che ti sentirai rivolgere da quanti ti rimangono vicino suonano più o meno così: ‘Che ti senti?’, ‘Ma non hai nulla, perché non reagisci?’, ‘Tutti gli esami dicono che non hai niente di brutto, quindi basta, è solo nella tua testa’. Potrei andare avanti all’infinto, ma sarebbe del tutto inutile perché chi non sa cosa significa il panico non può capire.

“Prima della malattia ero un ‘iceberg’, quasi senza cuore”

In questa frase scritta da Elisabetta mi ritrovo come non mai ed è così che mi definisco anche io. Non è semplice per niente parlare di questa malattia, anche perché quando arriva il panico sono molti quelli che se la danno a gambe, mentre quelli che restano non sempre sono ‘aperti all’ascolto’. Il panico però va ringraziato perché, nella maggior parte dei casi, risveglia emozioni quasi dimenticate. 

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“Combatti, non darti mai per vinto;

cadrai, non importa,

rialzati e prova di nuovo,

piangerai, non importa,

asciugati le lacrime,

un respiro profondo e vai,

fronteggia ogni cosa,

sii sicuro solo di te stesso e della tua forza.

Nel bene e nel male il bello è sempre raggiungibile, basta scorgerlo senza paure.

Perché, ciò che vale veramente, è tutto dentro di te.

Sì, alza la testa e affronta la vita!”

Le parole di Elisabetta sono una carezza per l’anima e una iniezione di coraggio per quanti si trovano sommersi dal panico, ma sono anche un valido strumento per chi non sa come aiutare una persona alla quale vuole bene. Devo essere sincera, per me questo libro è stato un duro scoglio, non per la scrittura scorrevole dell’autrice, ma per il tema trattato. Non è stato semplice sentirsi dire certe cose, ma, ad oggi, dopo averlo metabolizzato bene, lo vedo con una luce diversa. Avete presente quando non volete sentirvi dire certe cose perché in fondo al vostro cuore sapete che sono vere? Bene, questo è quello che mi è successo con La mia vita dentro al D.A.P.

PS: Elisabetta Guidotti ha creato l’Associazione Insieme Onlus Ansia-Attacchi di Panico-Agorafobia per far capire che “tutti ce la possiamo fare”.

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Nuvola di Alice Brière-Haquet e Monica Barengo

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Ho sempre avuto una grande passione, quella per i libri illustrati. Questo mio immenso amore lo devo alla mia mamma che, quando ero ancora piccolissima, mi portava nell’unica libreria esistente in città e mi permetteva di scegliere il libro che più mi piaceva. Ovviamente, bisognava fare attenzione al prezzo, perché anche in quel periodo i soldi non erano molti, ma, anche se dovevo aspettare ‘lo stipendio del mese successivo’, quel libro tanto desiderato lo avrei prima o poi trovato sul mio comodino. Sono passati tanti anni da quel momento, ma ammetto che conservo ognuno di questi regali come se fossero il tesoro più grande. Qualcuno mette in cassaforte gioielli preziosi, io, sempre se ne avessi una, vi metterei dentro loro, i miei preziosi libri illustrati. Senza divagare troppo, vorrei parlarvi di un cadeau bellissimo che mi ha consegnato a mano, che bello scrivere ‘consegnato a mano’ quando incontri raramente un’amica dal vivo, la mia dolce Lu. Nuvola di Alice Brière-Haquet e Monica Barengo non è un semplice libro illustrato, ma è una piccola chicca che non dovrebbe mai mancare in nessuna libreria. Che voi siate bimbi, adulti o anziani non importa, Nuvola deve essere sempre in bella vista, pronto all’uso. Sì, avete letto bene, pronto all’uso perché è una vera e propria medicina per il cuore e per la mente. Nuvola parla dei cosiddetti giorni ‘no’, di quelli in cui non avresti neanche voglia di alzarti dal letto, ma che poi, vuoi per lavoro o a causa di altre mille incombenze quotidiane, devi per forza affrontare.

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“Ci sono giorni un po’ così. Poi ce ne sono altri”

Non voglio svelarvi molto di Nuvola, ma posso dirvi che, se doveste decidere di acquistarlo, non ve ne pentirete. Le meravigliose illustrazioni vi faranno fare un salto all’interno del libro, come se foste davvero la protagonista, e vi accompagneranno in questo viaggio nelle ‘nuvole’, quelle che ognuno di noi incontra in questa strana esistenza chiamata vita.

“Ci sono giorni un po’ strani, le cose non vanno e non si sa perché”


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Il ladro dei cieli di Christian Hill

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“Non bisogna mai sprecare una seconda possibilità”

Sempre pronti a ricominciare, scrollarsi di dosso le etichette, le responsabilità, i pesi.

Mai mollare, c’è una soluzione a tutto.

E’ quanto ho sentito leggendo questo libro, geniale nella sua idea: Christian Hill ha intrecciato due storie, una realmente accaduta con una inventata di sana pianta.

“Nel 1971 un uomo dalle false generalità di D.B. Cooper dirottò un aereo di linea americano e chiese che venissero caricati a bordo duecentomila dollari e un paracadute. Il suo è rimasto l’unico caso irrisolto di pirateria aerea nella storia dell’aviazione americana….”

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Parallelamente a questa vicenda, l’autore racconta le vicissitudini di Rust che nel momento peggiore della sua vita, pronto a mollare tutto, scopre la storia di D.B.Cooper

Sebbene l’epilogo del libro sia un po’ scontato e da filmografia americana, sono l’idea e la struttura che impressionano: inserire i due racconti parallelamente, farli sfiorare e poi incontrare con forza, partendo da una delle storie vere più affascinanti degli Stati Uniti, ne fanno un’opera intrigante, originale e innovativa.

Oltretutto, pur mancando di quell’imprevedibilità e mistero che immaginavo, la scrittura chiara, facilmente comprensibile e ricca di particolari lo rende un libro interessante e scorrevole per tutte le età e i ceti sociali.

“Rust, ascoltami. A volte, nella vita, occorre prendere decisioni drastiche. Fare cose che non sembrano possibili. Lo sai che un gatto, se è bloccato in un angolo, può anche attaccare un cane e avere la meglio su di lui?”

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A CURA DI DOMINGO LUPI

Non chiedere perché di Franco Di Mare

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“Ecco, se qualcuno di loro gli avesse fatto domande simili, Marco non avrebbe saputo cosa rispondere. Non era uno che sapeva parlare di sentimenti, lui. Era capace di raccontare una battaglia, ma si perdeva se gli chiedevano di guardarsi dentro. E poi cosa avrebbe dovuto raccontare? Non avrebbe mai saputo descrivere ciò che aveva provato quel giorno nell’orfanotrofio, quella specie di argine che aveva sentito rompersi dentro quando Malina aveva sorriso proprio a lui, solo a lui fra tutti. Marco aveva deciso in quel momento, in fondo era lei che lo aveva scelto. Lui le aveva solo risposto: ‘Va bene, ti porto via’. Perché proprio in quel momento, perché proprio lui, bè, queste erano domande prive di senso. Era stato così e basta. Chi può spiegare perché si innamorano anche quelli che giurano che non si innamoreranno mai? E chi saprebbe spiegare per quale motivo un uomo spaventato dai bambini finisca per battersi per averne uno? Lo aveva fatto perché forse era già scritto, da qualche parte”

Quante emozioni in questo libro! Un surrogato della vita di ogni essere umano, in cui l’autore riesce a cogliere e raccontare ogni sfumatura dello stato d’animo dei protagonisti.

Una storia vera, autobiografica, sebbene come lo stesso Franco Di Mare spiega: “Ho cambiato i nomi dei protagonisti, ho immaginato alcuni dettagli ormai perduti e ne ho limato qualche altro ingombrante, per esigenze di racconto. Ma tutti gli episodi descritti sono autentici…”.

Il libro narra dell’improvviso amore tra un giornalista inviato della Tv italiana e una bimba in un ambiente ostile come quello della guerra in Bosnia del 1992.

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Una guerra rispetto alla quale in quei giorni tutto il mondo si girava dall’altra parte, che oggi tutti noi abbiamo dimenticato, come non ci fosse mai stata: un’incredibile follia in cui la razza era più importante dell’amore.

Franco Di Mare ce ne fa vivere l’orrore in prima linea, quella paura atavica e travolgente che colpisce chi la vive. Eppure anche in quella situazione, può sorgere il sole: l’amore resiste e viene impersonificato da una bambina. Ci insegna che l’ Universo ci può regalare belle sorprese, anche nei momenti più disperati.

“Un passo alla volta. Oggi è andata bene, e domani sarà lo stesso. Tu affrontala così e tutto andrà bene. Anche per andare lontano bisogna mettere un piede avanti all’altro. E sempre uno alla volta”

Cattura

A cura di Domingo Lupi